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13 octobre PoesiaCaddero le lapidi e saltarono i sigilli dei loculi: le spoglie degli uomini che furono tornarono a camminare. Ondeggiavano come bianchi serpenti ossei le colonne vertebrali, scricchiolavano le tibie e le caviglie, i teschi sorridevano con i denti senza volto; ma si riconobbero gli antichi amanti, costretti ad un sonno senza desiderio, che appena desti si inseguirono per cercare quell’incontro, quell’amplesso che non ebbero. Partì dalla pianura l’Alighiero e scese dai colli veneti il Petrarca e con Boccaccio si ritrovarono nella piazza di Santa Croce a Firenze, smaniosi di incontrare le loro belle che li attendevano all’ombra dei rami di un pioppo nel Giardino dei Semplici. I tre nobili scheletri giunsero dunque al parco e ivi trovarono le tre sublimi scheletre che tanti versi memorabili e tanti sospiri avevano prodotto in loro. Su di una panchina Boccaccio palpava le costole di Fiammetta; Laura, seduttivamente appoggiata col dorso sul tronco di un albero, lasciava che Petrarca le sbaciucchiasse le vertebre cervicali e il Sommo Poeta sdraiato con Beatrice in un appartato spicchio di prato, le carezzava il femore, il radio, l’ulna con le falangi, falangine, falangette delle sue mani scheletriche. Dante portava ancora intorno al teschio la sua collana di alloro calcificata dai secoli, ma in presenza di Beatrice non riusciva a produrre nemmeno un’unica, stupida rima. Così il poeta scoperse che la poesia si nascondeva nel vuoto, nel buio, nell’assenza e non nella presenza. Un’identica consapevolezza si diffuse in Petrarca e Boccaccio che, inventori di una lingua, non trovavano in fondo al loro spirito una sola parola al cospetto delle loro desiate amanti. Le lasciarono lì a chiacchierare, Beatrice, Laura e Fiammetta, mentre tornavano verso le quiete sepolture. Dante attraverso le sue orbite rivolse un ultimo sguardo alla sua amata città, poi, salutati i colleghi, s’incamminò su quel sentiero oscuro e misterioso in fondo al quale il poeta ritrova la sua dimora. |
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